UolterUeltroni non ci lascia più in pace. Proprio oggi percorrendo un lungo tratto del Granderaccordoanulare ho avuto modo di constatare gli effetti del "suo" Piano Regolatore.
Ci sono gru ovunque e ovunque sorgono enormi centri commerciali. In questa visione "americana" della Roma "fuori le mura" è facile riconoscere la firma di Veltroni, ma è molto difficile (se non impossibile) riconoscere la Roma di cui parla.
Oggi Uolter ha sentito una volta di più l'impulso di usare Roma per farsi pubblicità.
La sua retorica è snervante. La sua autocelebrazione è disarmante.
Ruba a Tonino Di Pietro il concetto di "partito del fare".
Quando parla di "gioielli" però mi fa sorridere: forse allude ai nostri gioielli, così pesantemente frantumati sotto i colpi delle sue forbici sempre pronte a tagliare nastri tricolori.
I miei "gioielli" sono a pezzi.
a veltroni, hairottoicoglioni!!!!!
Caro direttore,
non sono fin qui intervenuto sul tema per il naturale riserbo con cui seguo le vicende della città alla quale ho dedicato sette intensissimi anni della mia vita. Tuttavia, poiché vedo che si è aperta una discussione sul «parcheggio del Pincio», ci tengo a dire che la vera questione è la liberazione dalle auto del centro storico di Roma. Il parcheggio del Pincio non è infatti il fine ultimo della decisione che la mia Giunta e il Consiglio comunale a suo tempo presero. Il fine, l'obiettivo più ampio, è uno dei progetti culturali più importanti per il centro di Roma, per la sua bellezza, per la qualità della vita dei romani e dei turisti: è appunto quello di liberare dalle auto il Tridente (le tre strade che da piazza del Popolo divergono in direzione sud: via del Corso, via di Ripetta e via del Babuino, ndr) e tutta villa Borghese.
E d'altra parte, per far capire come questo disegno rientri in una strategia più vasta e consolidata, vorrei ricordare subito che è alle nostre decisioni e alla nostra cultura, e certo non a quella della destra dei veti e dei dinieghi pregiudiziali, che si devono le più importanti e recenti pedonalizzazioni della città: da piazza Capranica a piazza del Popolo, da piazza della Pilotta a piazza Sant'Ignazio. Restituire i gioielli di Roma all'umanità: questo è stato costantemente uno dei nostri obiettivi, e questo sarebbe il risultato al quale contribuirebbe in modo decisivo il parcheggio del Pincio. San Sebastianello con le auto, come via di Ripetta, fino all'Ara Pacis, sono degli orrori. Il «moderno» conservatorismo preferisce questo orrore a un intervento innovativo? E d'altro canto: a Place Vendôme non c'è forse un parcheggio? Nel cuore della Parigi storica non è stata collocata la piramide di Pei? Il Tridente nasce dalle grandi idee urbanistiche del Rinascimento e diventa un modello dell'idea barocca e poi neoclassica della città. È giusto che questa meraviglia sia un parcheggio di lamiere?
La verità, così a me sembra, è che la vicenda del parcheggio del Pincio è diventata il sintomo di un modo di affrontare le questioni pubbliche, nel nostro Paese, che contrappone la cultura del fare, della pazienza, della concretezza alla cultura del gridare, dei veti, della disinformazione. Se si uscisse da questo scontro «ideologico» e si privilegiasse la concretezza, sarebbe evidente a chiunque che una città dove esistono 723 autovetture private ogni mille abitanti ha bisogno non solo di drastiche cure per l'aumento della mobilità collettiva su gomma e su ferro e per il disincentivo al traffico privato, ma anche di un coraggioso programma per i parcheggi. Le autovetture inquinano non solo quando camminano, ma anche quando sono ferme. E il centro storico di Roma, uno dei luoghi più belli del mondo, soffre in modo particolare questo inquinamento. Far scomparire le auto dalle strade dovrebbe essere un obiettivo condiviso da chi professa opinioni ambientaliste. Ma ancor di più da chi ritiene di voler difendere la qualità del centro storico e il suo insediamento abitativo.
Senza abitanti, il centro di Roma rischia di diventare un gigantesco mall turistico; con gli abitanti cambia la sua qualità, non solo urbana ma anche sociale. E gli abitanti devono poter avere l'opportunità di tenere la propria autovettura in un parcheggio, esattamente come succede in tutti i centri storici d'Europa. Far scomparire macchine e parcheggi all'aperto significherebbe pedonalizzare interamente una porzione molto vasta del Tridente, da Piazza di Spagna a Piazza Augusto Imperatore a Piazza del Popolo. Questa è la realtà. E non significherebbe attrarre altre auto in centro, perché il 90 per cento dei posti macchina previsti al Pincio sono destinati ai residenti. Dov'è, quindi, lo scandalo? Dove sono i barbari? Al contrario: si tratta dell'ulteriore tassello di una politica che, negli ultimi quindici anni, ha puntato a restituire decoro e dignità artistica al centro di Roma, togliendo le macchine dalle piazze più belle del mondo, introducendo il divieto di circolazione veicolare, gestendo in modo molto rigoroso la concessione dei permessi a pagamento, aumentando l'offerta di trasporto pubblico in tutta la città e utilizzando nel centro storico la più grande flotta di autobus elettrici d'Europa.
Per fare un esempio, i chilometri percorsi da tram e autobus erano 133 milioni nel 2000 sono diventati 175 milioni. Ma, si sa, siamo nel Paese con la sindrome nimby più acuta del mondo, con una stampa che troppo spesso adora le baruffe e le urla, dove anche chi fa parte della classe dirigente non sempre parla con conoscenza dei fatti e con responsabilità. Alcuni affermano che nel sottosuolo di Roma non si possa fare nulla, per via dell'archeologia. Altri affermano che gli archeologi sono dei «signornò» antidemocratici. Non è vera né l'una cosa né l'altra. Chi pensa che Roma e il suo centro debbano restare senza parcheggi rinuncia a qualsiasi obiettivo di tutela dei beni culturali che stanno al di sopra del suolo. E infatti i veri esperti di tutela, cioè i corpi tecnici delle Sovrintendenze ai beni culturali, non sono affatto contrari ai progetti di modernizzazione infrastrutturale di Roma, e sono da anni pienamente coinvolti nelle attività di verifica, di progettazione, di correzione in corso d'opera, come sta succedendo anche per il Pincio. Certo, ci vuole pazienza, volontà e tanto, tanto lavoro. Ingredienti non utili nelle polemiche estive e nei talk show.
Ci vuole lavoro serio, piena cooperazione fra le istituzioni, rispetto reciproco. È così che abbiamo lavorato per anni al Comune di Roma. Sconfiggendo la cultura del «no», quella che si era opposta alla realizzazione dell'Auditorium, al progetto della linea C della Metropolitana, alla nuova conservazione dell'Ara Pacis. Per noi l'area del Pincio è stata, ed è, «sacra», così come tutta villa Borghese. È per questo che negli ultimi anni tutti i suoi edifici, come anche quelli di Villa Torlonia, sono stati ristrutturati e riportati alla loro antica meraviglia. Il grande compito di chi ha a cuore Roma è questo: salvaguardare la sua storia e il suo patrimonio e insieme rispondere alla sfida dell'innovazione e della modernità alla quale una grande metropoli non può sottrarsi. È qui il senso di sette anni del nostro lavoro per la città.
Insisto, e torno ancora al merito della questione: il progetto del parcheggio del Pincio è fattibile, le eventuali correzioni in corso d'opera per i ritrovamenti archeologici erano già previste fin dal capitolato di gara. Verranno liberate dalle auto via del Babuino, via di Ripetta, viale Gabriele D'Annunzio, viale Trinità dei Monti, via di San Sebastianello e tutte le traverse. Sarà, in più, un'operazione economicamente conveniente, che costa 30 milioni e può renderne il doppio, cosa che non guasta in tempo di difficoltà finanziarie per tutti i Comuni e per il Campidoglio in particolare. Voglio ricordare che i proventi sono, in base alla delibera comunale del 2006, interamente destinati alla pedonalizzazione del Tridente, alla riqualificazione del centro storico e alla manutenzione e conservazione della Terrazza del Pincio. Insomma, a me sembra che la conclusione sia una sola: la vera barbarie culturale è lasciare il Tridente così com'è, non pedonalizzato e occupato dalle auto in sosta.
Walter Veltroni
04 settembre 2008
8dal Blog di beppe grillo, ad esempio)
I sindaci sono in prima linea contro la violenza, ma non quella degli stupratori. Quella dei turisti che vengono in Italia a passare un tranquillo week end di paura. Un turismo sprovveduto. Gente che si espone a proprio rischio e pericolo in tenda o in camper. Un atteggiamento che rovina la reputazione dell’Italia all’estero.
Una coppia di tedeschi con un cagnolino parcheggia la macchina e campeggia in una spiaggia di Torre Annunziata. Sono picchiati, la ragazza stuprata da tre ITALIANI che, secondo le cronache, fanno un giro con lei per due volte a turno in macchina. Il cagnolino morsica uno dei tre ITALIANI e per vendetta viene sgozzato.
Giosuè Sparita, sindaco di centrosinistra di Torre Annunziata, ha tenuto a precisare che i due turisti “con un po' di attenzione in più avrebbero potuto evitare l'orribile episodio di violenza”.
Due cicloturisti olandesi si fermano alle porte di Roma. Montano una tenda in un campo a Porta Galeria, periferia sud. Sono picchiati a sangue con i bastoni da due ROMENI. Lei è stuprata dai due pastori ROMENI (uno espulso da tempo). La donna ha perso quasi tutti i denti. Ora è in ospedale insieme al marito.
Gianni Alemanno, sindaco di centrodestra di Roma, si è soffermato sull’episodio: “Se due turisti vengono a Roma in bicicletta e si vanno ad accampare in un posto abbandonato da Dio e dagli uomini dopo aver chiesto consiglio su dove mettere la tenda a un branco di pastori immigrati, ebbene è difficile garantire loro la sicurezza. La loro è stata una grave imprudenza.”
Al loro Paese olandesi e tedeschi, ma vale lo stesso per danesi e irlandesi, piantano la tenda in un prato e dormono tranquilli. Da noi vengono stuprati due volte, dai delinquenti e dalle autorità.
Campeggiare alla periferia di Roma “abbandonata da Dio e dagli uomini” in cui vagano “branchi di pastori” o su una spiaggia campana senza fare “un po’ di attenzione” alla delinquenza locale è più pericoloso che dormire in una foresta della Tanzania.
L’italiano in CASA SUA ha sbarre alla finestra, porte blindate e antifurto e il turista viene in Italia in tenda senza pitbull e armi da fuoco?
All’estero pensano che il fim Gomorra sia una fiction, invece è tutto vero. I turisti, prima di partire, dovrebbero essere costretti a guardarlo a occhi aperti come il protagonista di Arancia Meccanica.
di Fabio Rossi
ROMA (22 agosto) - Almeno, va detto, questa volta non si trattava del solito turista straniero. Quello con la targhetta “pollo da spennare”. Ma la sorpresa del malcapitato cliente del taxi preso all’aeroporto di Ciampino - con regolare licenza, per carità - non è stata da poco. Perché lui, Mauro Cutrufo, di professione vice sindaco di Roma con delega al turismo, un accoglienza del genere non se l’aspettava proprio. Passi per l’abbigliamento particolarmente “estivo” del tassista. Passi anche sull’assenza di qualsiasi informazione sulle tariffe fisse in vigore dagli aeroporti al centro storico (all’interno delle Mura Aureliane). Ma la furbata tentata dall’autista dell’auto bianca non la manda giù.
Cutrufo, che in questi giorni fa le veci di Gianni Alemanno, aveva deciso di travestirsi da turista per un giorno, in compagnia di una sua assistente e di un cronista del Messaggero, per toccare con mano l’accoglienza riservata a chi arriva nella Capitale per passare qualche giorno di vacanza. Prende il taxi da Ciampino fino alla fermata della metropolitana di via Cavour e, correttamente, l’autista non aziona il tassametro: c’è la tariffa fissa, 30 euro dal “Pastine” al centro storico, anche se non è segnalata in alcun modo nella vettura. La sorpresa arriva, però, a destinazione: l’assistente mette mano al portafogli e tira fuori una banconota da cento euro, ottenendone come resto una da 50. Alla richiesta di spiegazioni, arriva l’incredibile domanda del tassista: «Perché, quant’è la tariffa dall’aeroporto?». Inutile sottolineare che qualsiasi passeggero meno esperto, turisti in primis, avrebbe speso ben più del dovuto.
Non è l’unico inconveniente di una mattinata da turista d’agosto nella Città eterna, ma sicuramente il più d’effetto. «A Roma bisogna sicuramente migliorare l’accoglienza - commenta il vice sindaco - In autunno presenterò un vero e proprio codice dell’accoglienza che sarà valido per tutti gli operatori che lavorano con i turisti: dai tassisti agli albergatori. Servirà per offrire un’immagine migliore della città e a invogliare i turisti a restarci più a lungo. E possibilmente a tornare. In particolare, i tassisti dovranno esporre chiaramente tutte le tariffe, anche quelle promozionali, nell’abitacolo».
I punti da limare sono ancora tanti. Androne degli arrivi di Ciampino, scalo aeroportuale delle principali linee low cost: i tassisti abusivi sono diminuiti, grazie all’incremento dei controlli di forze dell’ordine e polizia municipale. Ma i “finti turisti”, vice sindaco in testa, vengono subito avvicinati da titolari di servizi di auto a noleggio con conducente. Con regolare licenza, certo, ma non autorizzati a procacciarsi i clienti girando per l’aerostazione. «Excuse me sir, do you need a taxi?», chiedono. E, quando gli si domanda il prezzo rispondono: «About 50 euros». La tariffa fissa? Macché, quella è dei tassisti...
Un cartello, però, assicura le necessarie informazioni per il trasporto verso il centro: basta chiamare lo 060606. L’operatrice, però, molto cortesemente invita a chiamare l’Atac: 06/57003. L’agenzia capitolina del trasporto pubblico, però, non fa servizio a Ciampino: chissà perché, visto che l’aerostazione rientra, seppur per poco, nel territorio della Capitale. L’Atac invita a chiamare il call center di Cotral (800/174471). Che, finalmente, fornisce le giuste informazioni. «E pensare che bastava chiamare lo 060608 per avere tutte le notizie utili, anche in lingua straniera», dice Cutrufo. In effetti è così, ma il povero turista non può saperlo. Così come ha difficoltà a conoscere l’esistenza dell’utilissimo “Roma pass”, che per 20 euro garantisce mezzi pubblici per tre giorni, due ingressi a musei e monumenti e tanti altri sconti. Anche perché, sempre a Ciampino, un chiosco vende il quasi omonimo “Rome pass”. Che, però, è valido soltanto per il trasporto pubblico, esclusa ovviamente la tratta Ciampino-centro.
«La promozione va migliorata è fatta conoscere a tutti - sostiene il vice sindaco - Lo faremo con parte dei soldi che risparmieremo: ho scoperto che il Roma pass costa al Campidoglio 1,2 milioni di euro l’anno. Da gennaio arriveremo al pareggio incrementando il costo della tessera da 20 a 23 euro e riducendo, da 7 a 6 euro, la cifra che spetta all’Atac. I soldi risparmiati saranno utilizzati per la promozione turistica di Roma». Anche perché il sistema va davvero migliorato. Ammesso anche che il turista sappia dell’esistenza della “card” turistica del Comune, faticherebbe a sfruttarne i vantaggi. Al Colosseo, per esempio, dà il diritto a saltare la lunghissima fila all’ingresso. Peccato solo che l’oppirtunità non sia segnalata in alcun modo, se non a pochi metri dall’agognata meta.
Discorso a parte meritano i trasporti. “Promossa” la metropolitana, che visto il calo dei romani in città tiene bene l’urto di turisti, anche se con stazioni troppo spesso assediate dai venditori ambulanti abusivi. Migliorabile, invece, il servizio del Trambus 110 Open, l’autobus turistico a due piani (di cui il secondo scoperto) che accompagna i visitatori in giro tra le bellezze dell’Urbe. «Non si può costringere le persone ad attendere alle fermate, come quella del Colosseo, senza alcun riparo dal sole», osserva il vice sindaco. A bordo, i problemi arrivano dall’affollamento, eccessivo nonostante caldo torrido e calo del turismo, e da diverse prese per le cuffie dell’audioguida che risultano guaste o difettose.
«L’importante è cambiare il concetto di turismo a Roma, per arrivare a quei flussi di arrivi e di presenze che questa città meriterebbe - è la conclusione di Cutrufo - A Parigi, per esempio, si resta più a lungo e si torna più volte: il segreto è differenziare e rinnovare continuamente l’offerta. E il progetto di un parco a tema si inserisce proprio in questa logica». La sfida è ridurre le distanze, come appetibilità, da città come Barcellona, Berlino o Londra, che attraggono turisti anche (e spesso soprattutto) per attrattive diverse dal patrimonio artistico e culturale. Ma la strada è lunga.
1 – 76 ANNI VISSUTI A BOCCAPERTA
Corriere.it - Se n'è andato in mattinata, in punta di piedi: senza far confusione e creare troppi problemi. Gianfranco Funari, cabarettista e showman televisivo, è morto sabato mattina nell'ospedale San Raffaele di Milano, dove era ricoverato da 5 mesi per gravissimi problemi cardiaci e polmonari. Aveva 76 anni.
LA STORIA - Fu Aboccaperta, la trasmissione del 1984 su su Raidue, a dargli la grande popolarità. Nato a Roma nel 1932, aveva debuttato nel 1967 al Derby di Milano; è del 1980 la sua prima apparizione come conduttore televisivo, con il programma Torti in faccia, di cui era anche autore.
Verranno poi, in un crescendo di popolarità che ne fa uno degli animali da tv più apprezzati e controversi, Mezzogiorno sempre su Raidue (1987-90) e, poi con Mediaset, Mezzogiorno italiano su Italia 1 (1991).
LA POLEMICA CON BERLUSCONI - Allontanato dal gruppo Fininvest per una polemica con Berlusconi, escogitò una soluzione inedita: la trasmissione Zonafranca, che andava in onda su 75 emittenti locali. Nel 1993-94 tornò a Retequattro per presentare Funari news, Punto di svolta e L'originale.
2 - FU-NARI (IN GLORIA)
di Roberto D’Agostino
Di avvenimenti inspiegabili ne succedono di continuo. Gina Lollobrigida espone una scultura all'Expo di Siviglia. Michael Jackson scopiazza una mazurka di Al Bano e Romina. Un pizzicarolo si sveglia e si sorprende presentatore-intrattenitore-giornalista-esperto di comunicazione-agitatore politico davanti alla telecamera. Funari, non un nome di persona diventato simbolo, ma una denominazione naturale, oggettiva. La forza dell'intestino.
Può essere un prodotto crudele della Natura, una esorbitante creazione dello spirito del tempo, un reperto delle tradizioni popolari, specchio deformato dell'Italia che ci circonda. L’impatto di Funari sul televisore suscita un sorprendente "big bang" celebrando le mitiche nozze, spesso invocate ma sempre eluse, fra Intrattenimento e Politica, gigionismo e Sora Lella.
Il Bokassa del talk-show, dicono gli esperti, ha mutato l'Ordine Videologico: l'informazione e il commento da "mi addormento con il Tiggì", mummificato dai tempi delle Tribune politiche di Jader Jacobelli, marmorizzato dal bla-bla di tanti mezzibusti e mezzecalzette, vien giocata su tutti i tasti, sopra e sotto le righe, dal nostro Masaniello catodico.
L'informazione politica in Tv di Vespa e di Biagi, di Curzi e di Minoli, viene colpita e affondata da una precipitosa senilità con l'arrivo del Santoro all’acqua pazza. Quando tribuneggia, tra un politicante e una fettina di prosciutto crudo (sponsor del programma), è veramente difficile stabilire se è un presentatore pazzo o un pazzo che si crede presentatore.
Con lo stesso ritmo di quelli che fanno "Uh!" nelle orchestre cubane, maltratta le donne, zittisce gli uomini, provoca i gay, azzera democristi, corregge i demosinistri, slega i leghisti. Ha lo stile necessario per disinibire gli animi, a farli essere spudoratamente quelli che sono, baricentro della nostra miseria culturale. Funari? E il guinzaglio dov'è?
Ogni rovescio, si sa, ha la sua medaglia. Lo stile "funarimbolico" è flagellato dall'opportunismo romano-caciarone, un "Vieni avanti, Pasquino" che srotola un catalogo illustrato del populismo da bar, breviario televisivo della demagogia da tram. La sua maschera da ripulito mago della porchetta, da "Suino, dunque sono", raggiunge poi l'intollerabile (per un animo animale) togliendosi dai denti la mortadella, senza l'ausilio dello stecchino; o quando spiaccica il crudo di Parma sul vetro della telecamera. Il Ministero della Sanitê dovrebbe allertare la popolazione tutta: Funari fa male, digli di smettere.
Di più: arriva come sponsor la mortadella, e Funari raggiunge il Sublime: intanto perché, rispetto al borghese prosciutto, rappresenta un prodotto alimentare pop-prolo; secondo: trasforma la telecamera in una telecucina di un coatto con una fame atavica. Una tesi condivisa anche dall'antropologia, ramo delle scienze naturali che studia l'origine dell'uomo: "Funari è un tipo che farebbe diventare volgare anche un mazzetto di violette", commenta l'insigne studiosa Ida Magli.
Sfiorando "Er Funaro" col telecomando, si capisce che il mitico "Blob" ha perso. Ha vinto il mortadellaro di Italia Uno. Tutto ciò che trabocca dal suo programma, quel mix di quiz e di politicanti, rappresenta un vertiginoso "Blob" dal vivo, crudele e irresistibile nemesi televisiva delle mascalzonate di Ghezzi & Giusti. Si spiega questa Samarcanda all'amatriciana? E come si spiega il "funarismo", ultimo stadio della blob-crazia?
Lisciando il pelo ai vizi italioti, Funari ha dato una riconoscibilità allo spettatore medio: la bocca aperta sul cortile di casa è una vera e propria incarnazione del Tele-paese sommerso. Non basta. Il segreto del suo successo è nel corpo ("C'io 'no stomaco alla zuava"), nella voce sguaiata, nel dire ("l'umanità mi piace tanto") e nell'ammiccare ("Ma che cazzo ne sanno..."), scoprendo l'acqua calda e l'ombrello aperto.
Dicono: parla un italiano approssimativo. Macché: Funari, oggettivamente, parla con le mani. Con una gestualità che farebbe invidia a un vigile urbano, tratta le opinioni dei suoi ospiti come gli americani hanno trattato Hiroschima. Il Rugantino catodico se la spassa con fragorosi "se vedemo", "me pija 'n'attacco isterico", "si è parlato che", "me venga a trovare, che mangiamo un cappuccino insieme". Ci mancherai, mi mancherà.

Dagospia 12 Luglio 2008
A Montecitorio, regno di Gianfranco Fini, l'altra sera a tarda ora nel Transatlantico c'era il ministro per l'Ambiente, Stefania Prestigiacomo. Aveva un diavolo per capello e ad alta voce lamentava che non poteva fare nessuna nomina. Lo spoil system, nel suo ministero, è stato reso impossibile dal suo predecessore, Alfonso Pecoraro Scanio.
La Prestigiacomo si agitava dicendo che il leader dei Verdi aveva riempito i ruoli del dicastero anche negli ultimi giorni della sua permanenza nel dicastero di via Cristoforo Colombo, impedendo così qualsiasi new entry.
Per non parlare delle presidenze di enti vari, anche queste militarizzate dal leader dei Verdi. E pensare che Pecoraro Scanio, a ridosso delle elezioni politiche che hanno decretato il fallimento della Sinistra arcobaleno, era pure alle prese con le inchieste della magistratura. Con queste ultime che, miracolosamente, sembrano essere sparite dalle cronache giudiziarie delle pagine dei quotidiani.